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In un periodo storico così complesso come quello che stiamo vivendo mi sembra giusto soffermarmi sul fatto che effettivamente includere socialmente possa diventare non solo un obiettivo “etico” che dovremmo tutti perseguire ma un’azione da cui effettivamente guadagnare tutti noi. Se questo, come io penso, è vero in generale, è soprattutto vero quando si pensa al tema di produrre dati utili per la società in cui viviamo.

E se è vero che produrre opendata significa “valorizzare il territorio in cui viviamo” allora questo significa che più includiamo socialmente sui nostri territori e presentiamo il tema degli opendata, più effettivamente riusciremmo a rendere il nostro territorio “ricco”.

Non voglio qui tornare sul tema ormai fin troppo discusso e ribadito fino che “gli opendata siano utili”. Chi non lo ha capito oggi non ha avuto tempo di capirlo o non lo ha voluto capire. Non voglio nemmeno tornare sul tema di quanto sarebbe importante che le pubbliche amministrazioni li producessero e li aggiornassero.

Voglio farvi riflettere solo sul fatto che in Italia abbiamo moltissime persone emarginate. Voglio parlare delle persone sole e disoccupate. Quelle senza nessuna prospettiva sociale. Voglio parlare ad esempio degli immigrati che i comuni italiani devono ospitare necessariamente. Dei carcerati. Delle persone con disabilità.

In un’ epoca in cui dilaga sempre di più razzismo e la (falsa) credenza che includere sia solo un costo mi piace pensare che la tecnologia degli opendata possa favorire l’inclusione stessa ma possa essere anche strumento per includere e valorizzare il proprio territorio al tempo stesso.

Produrre dati utili a tutti è missione socialmente lodevole che dovrebbe essere messa tra le prime azioni che si possono fare per “riabilitare” e per educare al senso civico che molti non hanno avuto in passato.

L’arricchimento di piattaforme come Openstreetmap o Wikipedia è attività che deve essere sempre più “venduta” come di educazione al vivere con gli altri e quindi può essere strumento per creare vera inclusione sociale.

Andare in giro per la propria città a mappare oggetti di pubblico interesse o a scattare fotografie georiferite può essere considerata attività di arricchimento del tessuto sociale di un contesto urbano. Attività che non solo può impegnare persone che sono rimaste un po’ “di lato” ma può generare valore per chi non è di lato ma al centro. Attività quindi che favorisce la coesione.

Per di più se si tratta di immigrati popolare Openstreetmap ad esempio fa aumentare il senso di appartenenza ad un territorio favorendo così l’interscambio tra culture diverse.

Vi rimando ad un semplice esempio di qualche anno fa fatto con la comunità cinese di Prato. Mappare Prato in cinese tramite Openstreetmap. Una piccola cosa, piccolissima. Però dimostra che effettivamente la tecnologia abilita l’inclusione. Un caro saluto ed in bocca al lupo a tutti noi.

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Matteo Tempestini


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