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Si levano i cori in questi giorni di quelli che sono contro Pokemon GO. Improvvisamente riscopriamo il moralismo e la voglia di tornare ai “giochi tradizionali”. Ecco che compaiono nuovamente i nostalgici del Subbuteo, quelli che ci ricordano che prima i bambini giocavano nel parco con una barchetta. Improvvisamente sbucano fuori tutti i moralisti che gridano all’esagerazione. Quelli che si sconvolgono delle uscite notturne a caccia di Pokemon. Quelli che dicono che non esiste più il giusto mezzo per il gioco, quelli che dicono che troppa tecnologia ci rovina la vita. Bene. Sia chiaro: chi scrive pensa che in generale “in medio stat virtus” sempre, ma qui la questione è molto interessante da analizzare. C’è di mezzo un’idea di base che è quella di un videogioco che punta tutto su un brand (quello dei Pokemon) che ha un po’ di anni, non è nuovo. E’ nuova la tecnologia con cui ci viene ripresentato. Si tratta di un gioco, come saprete, che vi chiede di passeggiare con smartphone a portata di mano e che vi consente, tramite geolocalizzazione su mappa e con intermezzi di realtà aumentata, di andare a caccia di Pokemon come un vero personaggio della storia. Coinvolgente. Indubbiamente divertente e coinvolgente. Ma guardiamolo un attimo con distacco e cerchiamo di capire. E’ appurato che il fenomeno sia presto diventato di massa (virale), lo dicono i dati di download della APP, si parla di persone totalmente impazzite a causa di questo gioco. Ma qual è la lezione utile da imparare da tutto questo? Ho riflettuto molto. Immaginate una città. Come la mia, Prato appunto ma potete immaginarne un’ altra. Immaginate una città che voglia mobilitare i suoi cittadini per uno scopo. Oggi sappiamo che la tecnologia unita ad un gioco appassionante coinvolge. e crea partecipazione. vi dice niente questa parola? Partecipazione. Quella che tanto si fatica a cercare. Quella che sin troppo spesso si finge di fare all’interno di qualche convegno dove si deve mostrare che i cittadini dialogano con la pubblica amministrazione, quella che oggi se fatta realmente può fare la differenza nel governo di un territorio. C’è qualche legge o qualche norma che vieta oggi ad una pubblica amministrazione che voglia coninvolgere la cittadinanza di creare una sua applicazione PokemonGO??? Esite qualcuno che lo vieta espressamente? Risulta forse che giocare sia qualcosa con cui non si può eseguire compiti utili alla cittadinanza e ai territori? Immaginate di essere un sindaco. Di avere i PM10 alti in città e dover rientrare pesantemente nei parametri. Targhe alterne? E’ una possibilità. Immaginate di avere a disposizione il vostro gioco di partecipazione cittadina. E immaginate di poter assegnare dei punti a chi si muove in bicicletta. Avrete a disposizione una piattaforma incredibile per premiare e creare classifica dei cittadini virtuosi. Non manca ad oggi nessun elemento tecnologico per poter farlo. Lo stesso ragionamento si può applicare al cittadino che ricicla l’immondizia differenziandola, a quello che fa volontariato, a quello che usa il car sharing o altri mezzi pubblici. Non è un’idea nuova. Unire il gaming all’impegno civico si può fare ad esempio creando partnership con catene di distibuzione (supermercati…) che possano fornire premi ad esempio in buoni sconto. Son un pazzo? No. E’ quanto è stato fatto ad esempio tempo fa con Citè Green un megagiocone cittadino che a Parigi ha puntato a premiare cittadini virtuosi con buoni sconto e programmi di affiliazione. Una mega piattaforma di gioco. Sono un folle? No. Proprio in questi giorni esce la notizia che Hillary Clinton ha scelto una App con un gioco per consentire ai volontari che supportano la sua campagna elettorale di gestire al meglio comunicazioni e impegni presi. Come Pokemon. Morale della favola: impariamo a capire cosa c’è di buono dietro questa tecnologia. Prima di banalizzare proviamo a capire “come potrebbe esserci utile” un’idea.

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Matteo Tempestini


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