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E’ da quando ho ideato emergenzeprato che mi interesso di social networking nella gestione di situazioni di emergenza. E’ interessante osservare che proprio in un momento storico in cui i social dovrebbero fare scuola in realtà i social sono sotto attacco non capisco bene per quale motivo. Partiamo dall’assunto che il mondo è social. Aggiungiamo (come dimostrano anche i fatti di cronaca recente) che in emergenza le persone continuano ad usare i social narrando l’emergenza. E’ evidente che di qualunque emergenza si stia parlando è vero che dentro i social network si troveranno informazioni utilissime per avere informazioni su quella crisi in corso. Sono pronto quindi a dimostrare che non solo i social siano utili in situazioni di crisi, ma anche che andrebbero imitati molto di più. E’ vero infatti quello che dice Romano Prodi che abbiamo bisogno di fare sicuramente più rete in Europa, dal momento che i grandi network sono nati in un continente che non è certo il nostro e quindi fare con loro accordi di tipo politico è cosa quantomai complessa.

Penso rientri nella missione delle istituzioni (non solo italiane) accordarsi e trattare con questi grandi del web, ma quello che si può fare qui è ricordare cosa attualmente i grandi del web mettono a disposizione come servizi in caso di emergenza. Si può discutere sul fatto che questi grandi utilizzino i dati come dati di loro proprietà, e quindi sfruttino una situazione di difficoltà per creare dati che resteranno controllati dalla loro azienda. Domanda: …e quindi? i servizi ci sono utili per tracciare informazioni in caso di crisi umanitaria? e soprattutto (se davvero non ci piace consegnare le nostre informazioni a questi media) c’è qualcuno che ci sta vietando forse di copiarli?

Non c’è nessuna legge che impedisce di prendere spunto da questi grandi per fare gestione sul web dei casi di emergenza nelle nostre città. Gestire il maltempo, gestire l’emergenza umanitaria, le epidemie, il terrorismo. Come già detto in questo post dobbiamo attrezzarci per creare la rete che non sappiamo ancora fare. E cosa dovremmo copiare allora? Vediamo assieme i casi più rilevanti di servizi messi a disposizione da questi “giganti del web”.

  • E’ ormai da diversi mesi che Facebook ha creato un servizio che si chiama safety check. L’idea è nata a seguito del terremoto del Giappone del 2011, ma attualmente è usato non solo per catastrofi naturali ma anche a seguito di attacchi terroristici. E’ uno strumento studiato per riuscire, in casi di emergenza, a contattare amici e parenti coinvolti, controllare la zona interessata, sapere se stanno bene, e, non ultimo, scambiare messaggi senza che nessun’altro possa vederli. Quando lo strumento viene attivato dopo una crisi e se siete nella zona interessata, riceverete una notifica da Facebook che chiede il vostro stato di salute. Potrete allora comunicarlo tramite Facebook.

  • Google Lancia Public Alerts: Google Public Alerts altro non è che una piattaforma online in grado di fornire avvisi di emergenza pertinenti e in tempo reale, inoltre detti avvisi sono emanati in base a dove ci si trova grazie all’integrazione con Google Maps, altro storico servizio della casa di Mountain View, siamo di fronte a una sorta di protezione civile in Rete.

  • Google Lancia Person Finder:dopo l’attentato durante la maratona di Boston Google ha attivato un servizio per la ricerca di persone scomparse. Il servizio consente di fornire informazioni o richiederle su una persona che non troviamo più a seguito di una crisi o un attacco terroristico.

  • Twitter normalmente su Twitter si possono usare hashtag per dare periodici aggiornamenti su una crisi e tali aggiornamenti possono essere letti da chi si sintonizza su quel canale definito da un certo hashtag. Ma c’è qualcosa di più. Da un paio di anni Twitter ha creato un servizio che si chiama Alerts. A tale servizio aderiscono purtroppo pochi paesi europei (ma va?). Il servizio consente di creare un preciso tweet (con un design diverso dagli altri) con un tag e di inviarlo come “allerta” ai propri followers che saranno avvisati e potranno reinoltrare l’allerta. Le allerte twitter hanno un preciso link. Non è vietato a nessun governo, organizzazione no profit affiliarsi. Ci sono pure vigili del fuoco di alcune città statunitensi.

La lista potrebbe andare ancora un po’ oltre. Questi sono solo alcuni esempi dei più grandi. La mia impressione è che ci sia in generale una sorta di timore da parte delle istituzioni non solo a valutare le informazioni che già le persone riversano su queste piattaforme, ma a creare alternative valide. Se è vero (come io penso sia vero) che il crowdsourcing in situazioni di emergenza e crisi può darci informazioni importanti e in tempi rapidissimi allora è necessario da una parte usare questi strumenti dall’altra lavorare per avere delle alternative valide. C’è qualcuno in Europa che ha mai pensato di copiare uno solo di questi servizi..magari in formato opensource/opendata? C’è nessunoooo?

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Matteo Tempestini


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